Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Trent’anni fa eravamo all’eccesso opposto. Si poteva andare in pensione – nel settore pubblico – dopo aver lavorato solo 14 anni, sei mesi e un giorno: ad approfittare dell’ opportunità erano soprattutto le mamme, che sceglievano di rinunciare a un paio di centinaia di migliaia di lire – la differenza tra stipendio e pensione – in cambio della possibilità di restare a casa, dove peraltro il lavoro non mancava.

    Certo anche lo stato ne aveva un guadagno, poteva investire di meno nei servizi, le donne si facevano carico del lavoro di cura domestica e di assistenza. Le mensilità di pensione che riuscivano a percepire nel corso della loro vita superavano di gran lunga i contributi versati. E le voci di spesa nel bilancio nazionale si gonfiavano.

    Così ci ritroviamo oggi, nel 2011, a dover contare fino a 96 anni, sommando l’età ai contributi versati, per andare finalmente in pensione. E le previsioni per il futuro non sono rosee. 

    L’Italia paga caro il titolo di “paese virtuoso” conquistato in campo europeo. Meglio, a pagar caro sono i lavoratori. Innanzitutto le donne, che ritardano l’andata in pensione e non ricevono aiuti dallo stato sociale – anzi i servizi di welfare subiscono ulteriori tagli. E in generale tutti i cittadini, che a causa dei continui cambi delle regole perdono progressivamente fiducia nel rapporto con lo Stato.

    Oggi nessuno sa più che cosa aspettarsi. Abbiamo chiesto a voi telespettatori a quanto sareste disposti a rinunciare della vostra pensione, per aiutare le nuove generazioni a superare le difficoltà di accesso al mercato del lavoro. Le vostre risposte sono davvero eloquenti. Solo poco più del 4% ha detto sì a qualche ulteriore sacrificio. La maggioranza – quasi il 60% – teme che il taglio servirebbe solo a far tornare i conti, e non ad aiutare i giovani. Per tutti gli altri, oltre il 35%, la pensione è un diritto irrinunciabile. E non si tocca.

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