Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Sarebbe un obiettivo troppo ambizioso la piena occupazione femminile? Sarebbe normale, nell’Europa del Nord. Ma nel nostro paese le donne senza lavoro sono più o meno la metà di tutte le donne italiane. Ora proviamo a ragionare al contrario, cercando le donne che invece lavorano. Scopriremo che sono soprattutto giovani, single, e che il tasso di occupazione decresce di poco tra quelle giovani ma in coppia anche se senza figli – perché potrebbero ancora averne, e dunque costituiscono un potenziale problema per i datori di lavoro. Oltre alla giovane età e all’assenza di figli, che altro ci vuole in Italia per poter lavorare? E’ meglio vivere in una delle regioni del Nord e avere un grado di istruzione superiore.

    Allora, riepiloghiamo: per sperare di ottenere un lavoro, anche se a progetto o a termine, ed evitare il rischio di perderlo, è preferibile essere sole, senza “carichi familiari” – così si dice in gergo tecnico – settentrionali e con un’ottima istruzione.  Se a tutto questo aggiungiamo la precarietà dei contratti di lavoro, anche per quante lavorano nei settori di eccellenza – l’università e la ricerca innanzitutto – ecco spiegato perché la situazione italiana è tra le peggiori d’Europa. E non è ancora tutto.

    In alcuni settori, specialmente nei lavori meno qualificati, possiamo trovare donne che ricevono paghe inferiori ai loro colleghi maschi, e che spesso finiscono fuori dal mercato del lavoro e decidono di rimanerci. Perché lavorare costa, se per occuparsi della famiglia bisogna pagare servizi di stato sociale scarsi e inefficienti, e finisce che si guadagna meno di quanto si spende.

    Che fare? Ci vogliono servizi per l’infanzia e per gli anziani non autosufficienti, per liberare le donne da una divisione dei compiti troppo sbilanciata all’interno della famiglia. E poi – chissà – col tempo cambierà anche il clima culturale, quello che ancora condiziona gli uomini e li trattiene dall’usufruire anche di singoli giorni di congedo parentale, per vergogna o per paura di essere giudicati male dal datore di lavoro.

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