Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Quante volte avete letto su un cartello “progetto finanziato con il contributo dell’Unione Europea”? Troppo poche, a giudicare dai dati della Commissione di Bruxelles. Perché l’Italia è al penultimo posto – prima della Romania – nella classifica dei paesi che utilizzano i fondi messi a disposizione dall’Europa. Ma come è possibile? In cima alla classifica ci sono le repubbliche ex sovietiche, come l’Estonia che tecnologicamente è molto più avanzata dell’Italia. Ma questo è solo uno dei problemi.

    Per accedere ai finanziamenti europei è necessario presentare un progetto che deve essere approvato da una serie di soggetti istituzionali. Nel nostro paese la trafila burocratica è lunga, può richiedere anche anni. Altrove ci sono organi dello stato centrale, agenzie al servizio di chiunque – ente, associazione, azienda, università, gruppo di ricerca – voglia accedere ai fondi.

    Da noi invece c’è la cabina di regia statale, poi ci sono quelle regionali, e spesso manca la comunicazione fra loro. Alcuni di questi soggetti conoscono poco i problemi del territorio, quindi non sono in grado di presentare a Bruxelles un piano organico che copra tutto il periodo di programmazione – quello in corso è iniziato nel 2007 e si conclude nel 2013. Ogni volta che le amministrazioni locali cambiano, a ogni tornata elettorale, cambiano anche i progetti.

    Ci sono alcune eccellenze, qualche università e quattro o cinque grandi aziende italiane. Ora, l’industria che può permettersi di avere un gruppo di esperti al lavoro sulla questione dei fondi europei, riesce a ottenere i fondi, ma poi non è detto che li utilizzi per investimenti in innovazione del prodotto. La gran parte delle risorse va perduta. Perché molti dei finanziamenti europei sono erogati solo in presenza di una quota di fondi nazionali: in Italia si va dal 25% al 50%. E in tempo di recessione, chi si impegna a co-finanziare i progetti realizzati in collaborazione coi fondi europei?

    Eppure servirebbero a creare occupazione, a sostenere le imprese e a realizzare le infrastrutture. In realtà, in Italia la politica, l’amministrazione locale, le imprese e le università non riescono a “fare sistema”. E i finanziamenti si perdono in mille rivoli. Ancora una volta, scopriamo che manca il senso di bene comune.

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  • 2 Commenti

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    • mdemedici scrive:

      Gentile A.P. sono contenta che il tema dei fondi europei abbia incontrato il suo interesse, e grazie per il suggerimento. Il punto della questione è proprio il “rimpallo” di responsabilità tra amministrazioni locali – nel caso della Sicilia si tratta della Regione – e istituzioni nazionali. Lei ha ragione, non si possono sprecare i soldi in questo modo, perché si perdono occasioni di sviluppo fondamentali per il nostro paese, e per tutti noi. Torneremo senz’altro sull’argomento.

    • Alessandra scrive:

      Gentilissima dott.ssa De Medici
      Ho seguito con grande interesse la sua trasmissione del del 29-11 …..ma perchè non invitare in trasmissione proprio i dirigenti della Regione Sicilia e l’Assessore Regionale di riferimento e metterli a confronto?

      Non basta solo denunciare, purtroppo, ma chiedere spiegazioni !!! Non si gioca sulla pelle di noi poveri disoccupati … non si possono sprecare i soldi nostri cosi’!!! Se non sono capaci di farlo che vadano via o che vadano a copiare come si fa in Polonia o in Ungheria!!!!
      Spero possiate dare seguito alla mia richiesta. Tornare sull’argomento per un confronto televisivo fra il Governatore Lombardo il suo Assessore e soprattutto i dirigenti della Regione Sicilia che gestiscono i fondi.
      Grazie
      A.P.

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