Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Diminuiscono le iscrizioni all’Università. Negli ultimi dieci anni la percentuale di diplomati che diventano matricole è passata dal 70% al 60%. Ci sarà un perché. In verità ce n’è più d’uno. Le famiglie si sono impoverite a causa della crisi economica, e incontrano crescenti difficoltà nel mantenere i ragazzi durante tutto il percorso di studi. Lavorare, magari part-time, e studiare  potrebbe aiutare i giovani che non vogliono rinunciare alla laurea – ma non è semplice trovare un’occupazione. Se poi aggiungiamo che anche i laureati incontrano minori possibilità di lavoro, e spesso si devono accontentare di impieghi meno qualificati, e di paghe inferiori alle loro legittime aspirazioni, allora possiamo chiederci: perché studiare tanto?

    La questione è seria, in un paese dove bisogna ricorrere alla segnalazione di un parente o di un amico per ottenere un posto di lavoro, e dove soprattutto sembra che alle aziende non importi un granché della reale preparazione dei loro dipendenti.

    La domanda è rivolta a quanti lavorano o hanno lavorato in passato: vi è mai capitato di partecipare a un corso di formazione in azienda, e quanto erano qualificati gli insegnanti, quanto vi è servito nello svolgimento delle vostre mansioni professionali quello che avete imparato, ammesso che abbiate avuto la possibilità di partecipare a qualsivoglia aggiornamento?

    E’ difficile parlare di diritto allo studio in un Paese che non valorizza i propri talenti. In un quadro  già abbastanza sconfortante, con la riforma Gelmini non ancora portata a termine,  si discute ora sulla possibilità di abolire il valore legale della Laurea, anzi il Ministero dell’Istruzione ha lanciato un referendum on line. Lo spirito della proposta è di aumentare la competizione tra Atenei, e migliorare la qualità della formazione.

    Ma gli studenti si sono già mobilitati contro questa ipotesi. A fronte di tagli ai finanziamenti per l’istruzione, temono che tutto questo si traduca nell’esclusione dei non abbienti dalla possibilità di formazione, favorendo di fatto le università più prestigiose, e negando ogni chance di miglioramento del livello di vita alle future generazioni.

    Se spostiamo un po’ oltre il discorso però, ci accorgiamo che già nei fatti, oggi, i titoli di studio non sono tutti uguali agli occhi di un datore di lavoro che cerchi una persona qualificata. Le aziende serie prestano attenzione ai percorsi di formazione dei candidati all’assunzione: verificano in quale università si sono laureati, con che voto, e se hanno avuto esperienze all’estero. Caso mai, negli ultimi anni le aziende hanno assunto meno laureati, perché non consideravano l’investimento remunerativo, o non se lo potevano permettere.

    Una formazione migliore, più adatta alle esigenze del mercato del lavoro, passa da un più stretto  collegamento tra Università e aziende. Questa realtà è poco diffusa in Italia. Tutto si affronta a breve termine, non si pianifica e si procede in modo estemporaneo. E anche l’orientamento per gli studenti è carente.

    Le valutazioni sui i diversi corsi di laurea, previste per legge, potrebbero servire a comparare l’offerta di formazione, i ragazzi imparerebbero a scegliere la facoltà con maggiore consapevolezza, e in base a criteri europei.

    Quanti invece vogliano solo conseguire “il pezzo di carta” senza tanto badare alla qualità dell’istruzione, non hanno bisogno di affidarsi a strumenti di valutazione delle varie facoltà. Sono disposti a pagare qualsiasi remota università per soddisfare il loro particolare interesse. E, come le cronache ci insegnano, il Paese conta illustri esponenti di questa scuola di pensiero.

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