Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Vivere con il terremoto, questa sembra la prospettiva della gente emiliana, e nessuno vorrebbe avere dinanzi un simile orizzonte. I sismologi dicono che la placca africana preme su quella europea, che gli appennini si dirigono verso le alpi e in futuro – tra alcuni miloni di anni – la pianura padana non esisterà più. Già, ma oggi?

    Bisogna ricominciare a vivere, a lavorare, a produrre, perché il tessuto economico emiliano, uno dei più fiorenti d’Italia, rischia di sfilacciarsi tra i mille rinvii tipici della burocrazia nazionale, da cui dipendono i finanziamenti alle imprese danneggiate dal terremoto,  e  le multinazionali che potrebbero andarsene, investire altrove per assicurarsi un futuro più prevedibile. Cosa manca? I sindaci dei paesi distrutti dicono tutti la stessa cosa: non mandateci altre tende, mandateci capannoni antisismici, perché quelli vanno ricostruiti per primi, prima dei monumenti e delle case.

    Quello che manca da noi è la prevedibilità. Invece impera il fatalismo. Ma la realtà è un’altra. La mappa sismica che indica il movimento delle faglie è dettagliata, e viene aggiornata da sismologi e geologi, oltre a essere legge dello stato dal 2006.

    Cosa manca allora? La convinzione di prendere sul serio un fenomeno imprevedibile ma implacabile, e sicuramente caratteristico della morfologia del territorio italiano. Siamo tutti emiliani, allora, tutti abruzzesi, umbri, friulani, campani, siciliani, nel senso che siamo tutti a rischio, in questo paese. Quello che ancora non è accaduto potrebbe accadere, anche se con intensità variabili. E siccome in Italia non c’è obbligo che tenga, non è solo un problema di mancato adeguamento della legge, sono le coscienze a dover cambiare. Tanto è vero che i sismologi e i geologi, insieme agli psicologi, visitano le tendopoli per spiegare come funziona un terremoto, e cosa si può fare per proteggersi dal rischio.

    In Italia, Paese di terremoti, il valore di un appartamento dovrebbe essere definito anche in base alla stabilità dell’edificio, superando il criterio di conformità alle leggi vigenti all’epoca della costruzione del palazzo. Certo, è costoso mettere in sicurezza uno stabile, ma è stato calcolato che costerebbe infinitamente meno di quanto abbiamo pagato le emergenze nazionali degli ultimi anni. Insomma ci vorrebbe una rivoluzione, un cambiamento radicale di mentalità, nel paese dell’eterna emergenza, delle lacrime senza memoria. Il fatto è che da noi gli interessi particolari sono forti, e diventano ancora più forti nei periodi preelettorali, o quando sta per scattare l’ennesimo condono edilizio…

    Oggi è il giorno del lutto, chissà se troveremo un modo per onorare questi morti, evitando che altri muoiano per gli stessi motivi. Smettendo di considerarla una tragica fatalità.

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