Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Ne abbiamo già parlato a novembre dello scorso anno, e che cosa è cambiato da allora? Diciamo che almeno qualcuno  si è posto il problema. Ormai è  un dato acquisito, anche per il Governo:  i beni confiscati alla mafia sono ville, palazzi, ma sono anche alberghi, centri sportivi, terreni agricoli, aziende che devono tornare a produrre ricchezza come e più di prima, quando erano nelle mani della criminalità.

    Perché far funzionare un centro sociale per anziani o ragazzi disabili, istituito nella ex residenza di un boss, è un’iniziativa encomiabile, ma anche costosa per lo Stato. Accanto alle scelte forti e simboliche ci vuole un’alternativa economicamente fiorente a quella realtà che si reggeva sulle minacce, sul lavoro nero, e su tutti i ricatti legati a un mercato “drogato” dalla presenza delle cosche. E che quindi produceva ricchezza, e insieme creava anche la convinzione che la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta portavano lavoro in zone economicamente depresse.

    Qual è il problema? Innanzitutto la burocrazia: l’Agenzia che gestisce i beni confiscati deve essere aggiornata, e migliorata nelle sue componenti manageriali. Si ipotizza un patto con Confindustria e Università nei territori dove sono concentrati i beni sequestrati – a cominciare dalle regioni del Sud Italia, ma anche in Lombardia, dove la criminalità ha investito con profitto – per far ripartire aziende praticamente ferme dal giorno della loro confisca.

    Poi ci sono gli immobili sequestrati e sotto ipoteca, che di fatto restano in mano alle banche. Si tratta di decine di miliardi di euro, bloccati da mutui contratti dai mafiosi quando ancora erano a piede libero. Le banche non avevano il coraggio di negare il finanziamento, e i palazzi, gli appartamenti, i terreni venivano vincolati a garanzia del mutuo. Oggi il rischio è che a ricomprarli siano gli stessi mafiosi, attraverso i soliti giri di riciclaggio di denaro, perché nulla è stato ancora fatto in materia di anti-autoriciclaggio.

    E’ un fatto che solo poco più del 3% dei beni confiscati sia stato riassegnato, a causa dei troppi vincoli, della burocrazia, ma anche delle minacce mafiose verso nuovi titolari di un’azienda sequestrata ai clan, che oggi cerca di produrre e vendere in concorrenza con loro nello stesso territorio. Ci sono problemi di sicurezza e di cattiva gestione. E oggettivi vincoli sui beni non del tutto liberi, perché cointestati a indagati.

    La materia è complessa ma cruciale. “Follow the money”, diceva Giovanni Falcone: tutto passa dai soldi quando si tratta di mafia, la partita si gioca su questo, e la nuova etica dei territori dove le cosche hanno pascolato per decenni deve passare dalla rinascita di un’economia pulita.

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