Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Ci sono i pomodori San Marzano americani ma ci sono anche le tonnellate di olive importate in Italia per rimpinguare la produzione nazionale. E poi ci sono i marchi italiani, quelli che vendono bene all’estero, perché rappresentano l’eccellenza alimentare mondiale. Tanto bene da indurre la falsificazione della griffe enogastronomiche. Nel tempo si è costruito un business che fattura 60 miliardi di euro l’anno, stando ai dati della commissione parlamentare sulla contraffazione alimentare. Dove si vende il falso “Made in Italy”?

    Soprattutto sui mercati extraeuropei, e lì peraltro è difficile per i produttori nostrani farsi valere, anche una volta che la truffa è stata scoperta. Da noi è diverso, i marchi di qualità e quelli dei consorzi sono difesi da disciplinari severi, è più difficile sfuggire ai controlli. Eppure, a giudicare dai sequestri dei Nas dei carabinieri, possiamo verificare quanto frequentemente  queste regole vengano violate: anche nel nostro paese, non solo all’estero, circolano etichette false di cibi presunti  “Made in Italy”.

    La criminalità organizzata trova i suoi vantaggi nella gestione della contraffazione alimentare di prodotti nazionali. Ora, normalmente le leggi seguono l’affermazione di un fenomeno da disciplinare o da reprimere, e questo tipo di frodi alimentari richiedono sanzioni più stringenti, anche sulle aziende, per evitare che rimangano sul mercato una volta scoperta la violazione. Perché di mezzo ci sono posti di lavoro, e c’è la salute delle persone. Un alimento contraffatto può contenere ingredienti sconosciuti e anche potenzialmente dannosi: non dovrebbe nemmeno arrivare sul mercato. Va bene, direte voi, ma cosa possiamo fare, noi consumatori? Come al solito, possiamo diventare un po’ più responsabili e impegnarci nel premiare le aziende che segnalano in etichetta tutta la filiera del prodotto. Conoscere da vicino le cose che mangiamo, conviene a noi e all’economia nazionale.

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