Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Io vengo da Napoli, una città inquinata. Al pari di altre, direte voi. No, si tratta di un diverso tipo di inquinamento, del tutto peculiare. Abbiamo parlato di Milano, dove i bambini in passeggino rischiano come minimo l’asma, a causa delle polveri sottili. Poi abbiamo parlato di Taranto, dove è pericoloso respirare al rione Tamburi, per via dei metalli pesanti che aleggiano nell’aria intorno all’acciaieria.

    Ecco, invece nella mia città c’è il rischio di beccarsi un altro tipo di metallo, quello delle pallottole di camorra, che dagli anni ‘80 ad oggi hanno fatto fuori 160 persone innocenti, finite per sbaglio nel fuoco incrociato della guerra tra clan, per il controllo del territorio, quindi del mercato della droga.

    Sono fatti che avvengono solo a Scampia e Secondigliano – questo pensano alcuni, quando immaginano la geografia criminale partenopea. Ora, i quartieri dovrebbero essere considerati tutti uguali, parti del territorio statale, quanto a garanzia di ordine pubblico: la sicurezza  viene meno quando lo Stato si arrende. E poi, a Napoli le guerre di camorra non hanno davvero quartiere, specie dopo le scissioni dei clan e il franchising del mercato di droga.

    Silvia Ruotolo è morta al Vomero. Il suo assassinio fece scalpore: una giovane madre stroncata per sbaglio, mentre teneva per mano uno dei suoi bambini. Basta pensarci un momento, ed emotivamente tutti ci sentiamo in pericolo quando avvengono fatti di sangue di questo tipo.

    Ma, dopo qualche giorno, anche queste morti sembrano declassate al livello di destini ineluttabili, quasi la camorra infiltrata in un territorio, in una società, sia paragonabile a un terremoto, a una frana, al crollo di una palazzina….

    Tra i luoghi comuni del trito giornalismo ce n’è uno che mi provoca una reazione allergica, specie quando lo sento applicato alle morti innocenti di camorra, ed è questo: tragica fatalità.

  • 2 Commenti

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    • mdemedici scrive:

      Grazie a lei, per il suo contributo. La fatica non sta tanto nel trovare le parole giuste, ma proprio nel tentativo di cercarle….

      “La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili” (R.M.Rilke)

    • Dire “tragica fatalità” non è di certo un’espressione felice, così come non rende sicuramente giustizia alle cosiddette vittime “per caso” un’altra espressione molto usata nel gergo giornalistico che è quella di ” ucciso per errore “, come se, in uno Stato dove la pena di morte è bandita per legge, vi fossero invece degli individui, delinquenti abituali o meno, autorizzati ad “uccidere per correttezza” o per rendere giustizia. In casi come questi, la valenza del linguaggio usato va al di là del significato stesso delle singole parole. grazie.

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