Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • ombre cinesiChi sono i cinesi? Quelli che sfruttano la manodopera, quelli che non si sa da dove prendono i soldi, quelli che vendono merce scadente per tenere sotto controllo i prezzi, e guadagnarci comunque qualcosa? Voglio dire: quante di queste affermazioni sono vere, e quante sono invece luoghi comuni?

    E’ importante saperlo, non solo per il futuro del tessuto commerciale italiano, specie quello delle piccole imprese, con pochi dipendenti – in genere si tratta di negozi di parrucchiere, estetista, massaggi, o di bar, pasticcerie, empori in cui si vende un po’ di tutto – è importante anche per noi consumatori, che qualcosa dai cinesi la compriamo, e vorremmo sapere che roba è, se i prodotti usati per lavarci la testa possono essere dannosi, se i giocattoli in commercio sono sicuri…

    Tanto per sfatare il luogo comune sull’occupazione del territorio, possiamo dire che le imprese cinesi sono circa quarantamila, si tratta più o meno dell’1% del totale nazionale.

    Certo che la manodopera al lavoro nei ristoranti e nei negozi – lo possiamo verificare direttamente – fa orari extralunghi, e non è detto che riceva salari proporzionati al lavoro svolto. Se questo lo fate notare ai diretti interessati, vi rispondono che magari è vero, si lavora tanto, ma si tratta di lavorare per i propri parenti, per i genitori o i fratelli, e nelle imprese a conduzione familiare tutto si fa in nome della riuscita dell’investimento iniziale. Anche perché alla base del progetto ci sono i soldi della famiglia, di quella rete allargata ai cugini e ai cugini dei cugini. Il prestito informale è l’altro segreto della riuscita delle imprese cinesi in Italia. La fiducia del rapporto diretto, che nessuna banca potrà mai dare, i cinesi la trovano in famiglia, nella parola data e onorata a costo di grandi sacrifici.

    Ora, la voglia di costruirsi un futuro e riscattarsi dalla miseria conta, la flessibilità conta, ma soprattutto conta l’idea di un progetto che supera il singolo e guarda al vantaggio del gruppo familiare, che supera l’individuo e chiede sacrifici in nome di un benessere collettivo. Quanto di questo può esserci di insegnamento, in una società individualista come la nostra?

    Però, a parte la filosofia che sta dietro l’impresa, cosa sappiamo della qualità dei prodotti e servizi offerti? Ecco, questo forse è un punto critico, sul quale dobbiamo vigilare. Se una merce costa poco, vale poco perché il commerciante accetta di guadagnare di meno pur di vendere – come dicono i cinesi? Oppure si tratta di un prodotto scadente? O ancora rischia di essere addirittura nocivo?

  • Un commento

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    • Elvis Bianchi scrive:

      .

      Se i nostri commercianti imparassero dai cinesi, lavorando onestamente, accontentandosi di guadagnare il giusto senza fare prezzi da usura, perché non sono esenti da colpa lor signori (e che colpa) che con il loro disonesto operato hanno contribuito fortemente al forte rincaro dei prezzi; perché con l’entrata in vigore dell’euro hanno triplicato i prezzi ed hanno continuato in modo selvaggio con il beneplacito del passato governo, che
      a sua volta beneficiava di tale situazione; adesso si lamentano di non guadagnare (più cosi tanto) e che sono costretti ad aumentare ancor di più i prezzi, e con la solita litania che se la merce è italiana o se si vuole la roba buona bisogna pagarla ( molto molto ) di più. Ma non è arrivato il momento di dire basta alle menzogne e ai ladroni che costringono le persone a nutrirsi con poco e male chiudendo un occhio, a volte tutti e due, sulla tanto decantata qualità? e come può la maggior parte delle persone permettersi una bottiglia di vino, ascoltavo la trasmissione di oggi che parlava appunto di buon vino, pagarla al misero prezzo di 10/15 euro, parlando sempre della decantata qualità. Grazie per il vostro servizio

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