Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • tifone-nelle-filippineIl clima sta cambiando, questo gli scienziati lo ripetono da anni. Quasi un grado di aumento della temperatura in un secolo, e la tendenza si conferma costante dall’inizio della rivoluzione industriale, da quando cioè abbiamo cominciato a bruciare combustibili fossili, e a produrre un surplus di anidride carbonica, che ha saturato la nostra atmosfera. Le conseguenze sono catastrofiche e si manifestano in fenomeni estremi, di fronte ai quali cresce l’attenzione mediatica, e monta quell’emozione momentanea che si spegne però nel giro di alcune settimane.

    Mentre la temperatura della terra cresce tutti i giorni. Ogni anno, da diciannove anni, i rappresentanti dei Paesi di tutto il mondo si riuniscono in conferenze internazionali e affrontano trattative estenuanti, per spuntare simulacri di accordi pieni di dichiarazioni di principio, puntualmente smentite dall’atteggiamento degli Stati più forti e industrialmente produttivi, sul contenimento delle emissioni di Co2.

    La prevenzione è l’unica via, ma il pericolo non viene considerato imminente, e forse neppure serio, a fronte di interessi economici potentissimi che si oppongono alla conversione dal sistema basato sui combustibili fossili a quello fondato sulle energie rinnovabili, a emissioni basse di anidride carbonica, possibilmente a emissioni zero. Ci vorrebbero decenni, ma se non cominciamo subito la prospettiva si allontanerà nel tempo, e dovremo rassegnarci ad abbandonare progressivamente alcune zone del Paese, quelle destinate all’agricoltura e tendenti alla desertificazione, quelle costiere a rischio inondazioni, gli argini dei fiumi, che in questi anni abbiamo saputo solo cementificare riducendo la permeabilità del suolo e di fatto rendendo più potenti le portate delle piene…

    Il 2013 è uno dei primi dieci anni più caldi di sempre. E, come diceva Charles Darwin a proposito di noi esseri viventi che abitiamo la terra, tutto ciò che ci divide è infinitamente meno importante del pericolo che ci unisce.

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