Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

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    Il lavoro manca, e questo è il principale problema del nostro Paese. Anche oggi che la ripresa economica si è affacciata sull’orizzonte mondiale, le ricadute positive in termini di occupazione si vedono altrove, mentre in Italia più di tre milioni di persone sono senza lavoro. 

    Ci sono grandi aziende, come la Electrolux di Pordenone, che decidono di dimezzare l’organico e di aprire sedi all’estero dove il costo del lavoro risulta più sostenibile, e più conveniente, e questo nonostante i salari italiani siano bassi, in termini di guadagno netto, di quanto cioè va a finire in tasca al lavoratore.

    Poi ci sono le fabbriche che hanno dato identità ai luoghi, come l’acciaieria di Piombino, la cui chiusura lascia un vuoto nella società, nelle famiglie, nelle persone che vivono da generazioni intorno all’altoforno.

    Ci sono territori abbandonati, come la Sicilia di Termini Imerese, dove la Fiat ha lasciato una scia di cassintegrati, sfiduciati e rassegnati, che non si aspettano più nulla dal futuro.

    Ci sono le donne che si erano emancipate nei decenni passati, uscendo da casa per andare a lavorare alla Omsa, fabbricavano le calze più famose d’Italia, le stesse che oggi vengono prodotte all’estero, dove costa meno. Alcune di queste operaie sono state ricollocate in una manifattura di divani, ma ci sono ancora persone che conservano il tesserino della vecchia azienda nel portafogli –  in un luogo caro, lo stesso dove si tengono le foto dei parenti più amati, dei genitori o dei figli. Perché il lavoro costruisce l’identità di una persona, e la perdita del lavoro lascia danni profondi – non solo economici – ma veri solchi nell’anima.

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