Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • jazz clubGià è difficile che si affermi il ruolo dell’insegnamento musicale a scuola, ma sapere che una volta finiti gli studi, e magari anche dopo aver frequentato il conservatorio, ci sono poche possibilità di suonare in pubblico, di fare ascoltare la propria musica in un concerto, o di produrre qualcosa di significativo trovando una minima occasione nel panorama italiano, un passaggio in radio, anche in un canale tematico –  tutto questo disegna un panorama  davvero frustrante per i musicisti.

    Diciamo che si tratta di una delle variazioni sul tema cultura, un tema che in Italia si declina al passato – nella migliore delle ipotesi. E’ vero che c’è crisi, e che un tempo le cose andavano un po’ meglio di oggi. Ma è anche vero che – ad esempio –  in Brasile esistono leggi a tutela dei musicisti, e dei produttori, con una serie di agevolazioni fiscali e sgravi,  impensabili in Italia. Perché?

    Forse per il solito motivo, il fatto cioè che manca una volontà politica seria di riformare le leggi del settore cultura. Così la musica dal vivo, territorio da sempre difficile e poco remunerativo per la maggioranza di quanti vi si dedicano, diventa una miniera d’oro solo per i pochi che già occupano spazi importanti del mercato discografico, e per i musicisti stranieri che possono venire a suonare da noi, magari nei festival estivi, liberi da una serie di oneri che nei loro Paesi di origine rappresentano altrettanti ostacoli all’arrivo di artisti dall’estero.

    Qui i locali hanno chiuso, e quelli ancora aperti ospitano nomi “sicuri”, soltanto pochi gruppi emergenti trovano spazio, e devono portare pubblico se vogliono esibirsi, altrimenti il club va in perdita. Non ci sono regole fiscali che possano agevolare la musica – se si devono pagare la Siae e l’Iva e si pagano i musicisti non in nero, e magari si vuole tenere basso il prezzo del biglietto, allora si finisce per chiudere. Non si può stare sul mercato con queste regole, le stesse che valgono per i grandi teatri, dove c’è una proporzione del tutto diversa di costi e ricavi.

    Quello che manca sullo sfondo di questa situazione asfittica, che porta tanti nuovi gruppi a rimanere a un livello amatoriale, è una realtà di interesse culturale, di attenzione alle novità che si muovono sulla scena musicale, insomma manca un pubblico che abbia voglia di uscire da casa e di staccarsi dalla visualizzazione su Youtube – perché non si è mai formata una cultura musicale. Nessuno è disposto a scommettere su nuovi artisti, tutti vogliono andare sul sicuro, i manager fanno i conti sulla pubblicità…

    Gli spazi aperti alla musica degli italiani dovrebbero essere garantiti dallo Stato, la creazione artistica andrebbe incentivata per legge: anche se non tutti sono d’accordo, in certe situazioni limite, come questa, la protezione si rende necessaria, insieme a nuovi criteri di agevolazione per sostenere chi fa cultura, e si muove con una barca a remi in un mare di navi ammiraglie.

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