Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • federbio_climaBasta andare un po’ in giro, su e giù per l’Italia, e visitare alcune aziende agricole, per vedere e toccare nei campi la differenza prodotta dal cambiamento climatico nel mondo dell’agricoltura. Ci sono zone della Sicilia dove non piove abbastanza per coltivare il grano, anche se le precipitazioni sono più intense la temperatura media è salita tanto da rendere incompatibili alcuni cereali – quelli attualmente in uso – con le condizioni ambientali.

    Gli istituti di ricerca sono al lavoro per verificare la migliore adattabilità di nuove varietà di frumento, ma è ormai chiaro a tutti che le colture tipiche di latitudini miti, come l’ulivo, si arrampicano su per la penisola fino a raggiungere luoghi dove non si era mai prodotto olio negli anni passati.

    Se ne sono accorti anche gli animali, specie gli insetti che arrivano dall’Africa e si insediano alle nostre latitudini, imponendo una nuova attenzione, ulteriore, nelle coltivazioni. Anche la stagionalità dei prodotti non rispetta la cadenza di qualche anno fa. Se i broccoli maturano più tardi, non ne avremo abbastanza per Natale, magari però potremo abituarci a consumarli in altri momenti dell’anno.

    Ci sono due possibili direzioni indotte dal cambiamento del clima. Da una parte, si spinge verso la ricerca di specie che vengano incontro alle esigenze attuali del mercato, che è ancora legato alle tradizioni, e si aspetta un certo prodotto a una certa scadenza. Oppure, si privilegia l’andamento delle stagioni reali, pronti a consumare ciò che la terra offre, alle condizioni date, in un dato momento dell’anno.

    Entrambe le strade richiedono un salto in avanti, ma se il clima cambia, e fino a quando sarà possibile coltivare e produrre, e non ci saranno interessi abbastanza forti da invertire la tendenza alle emissioni di gas serra, il cambiamento sarà una necessità, una condizione di sopravvivenza. Nella migliore delle ipotesi, prendere un’altra via darebbe i suoi frutti dopo cinquant’anni. Anche quella, ancora  una volta, sarebbe una scelta di sopravvivenza.

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