Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • shutterstock_73448092-623x350Suona come se fosse vero, ma è un inganno. Magari c’è scritto in caratteri piccolissimi che il prodotto è stato realizzato e confezionato altrove, mentre in bella vista sulla busta c’è la bandiera italiana, a volte anche la cartina della penisola, o il nome di una regione, oppure nomi come Gennaro, Pasquale, Alfredo che nascondono cibi tutt’altro che italiani. Spacciare per italiani cibo e bevande che non lo sono se non,  appunto, nella fantasia dei produttori, crea un fatturato pari a 60 miliardi di euro, cioè pari al doppio del valore delle esportazioni dell’intero settore agroalimentare italiano.

    Questo non avviene solo negli Stati Uniti o in Canada, i nuovi mercati dell’Italian Sounding sono i Paesi dell’Est e Sud Est asiatico. A volte si tratta di prodotti locali spacciati per italiani, ci sono finte etichette dei vini – identiche a quelle vere – realizzate a Shangai o a Pechino, altre volte le contraffazioni arrivano dall’Europa. Ci sono oli venduti in Italia come italiani, ma in realtà prodotti a partire da olive importate – e questo è tanto più vero quest’anno, a causa della penuria di produzione autentica.

    C’è un problema di trasparenza e tracciabilità della materia prima, c’è mancanza di regole che siano efficacemente protettive del cibo italiano vero. Ora ci si organizza, per diffondere un programma di comunicazione al consumatore straniero, che voglia imparare a distinguere il falso made in Italy, per poterlo scartare.

    Quello che noi italiani invece ancora possiamo fare, per aiutare la produzione nazionale, è abbandonare la logica del low cost. Spendere poco per grandi quantità, come dimostrano gli ultimi dati sul calo delle vendite dell’agroalimentare, danneggia il made in Italy. Meglio rinunciare a qualcosa e provare a scegliere con maggiore attenzione i prodotti a denominazione protetta. Ne avevamo già parlato, più di una volta….

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