Fuori Tg - Fuori pagina

di Maria Rosaria De Medici

  • Fotolia_23232594_XL__1438096614_92.223.199.18Gli scarti vegetali sono la materia della chimica verde. Lavorare molecole contenute in natura è un buon utilizzo delle risorse e permette anche alle aziende di costruirsi una reputazione etica che risulta vincente  sul mercato. Ma tutto questo costa.

    Ci vogliono investimenti per milioni.  Infatti per promuovere la chimica verde si cerca di fare economia di filiera. Al Politecnico di Torino c’è un incubatore di imprese che sostiene giovani startup di riciclo degli scarti.

    Si recupera la lana delle pecore tosate –  poiché le fibre sintetiche imperano la lana in eccedenza dovrebbe essere smaltita – il segreto del sistema è che il recupero avviene sul posto, nell’azienda che produce l’eccedenza e il prodotto finale diventa fertilizzante organico per il terreno. Si deve cercare di tenere i costi sotto controllo. Fare un’attività ecosostenibile e insieme trasportare da un capo all’altro del Paese gli scarti sarebbe un controsenso.

    Quindi gli stabilimenti devono sorgere nel luogo di produzione degli avanzi. Con questa filosofia si può produrre bioplastica dagli scarti del vino, e ancora estrarre microalghe da bucce di mela e siero di latte o da scarti dell’industria delle olive, e il prodotto finale viene inserito nelle creme o può andare a costituire capsule di integratori alimentari. Si prevede che i prodotti biochimici in Italia in meno di quindici anni da oggi possano arrivare a  rappresentare oltre il 20% del totale della chimica italiana.

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